04/01/2012

Famiglie a rischio default, Sicilia maglia nera per sovraindebitamento

Le obbligazioni assunte dalle famiglie italiane hanno raggiunto, in questi ultimi due anni, la soglia critica della non onorabilità del debito, superata la quale si rischia seriamente il fallimento. A lanciare l’allarme sul rischio fallimento per centinaia di famiglie è la Uilcem, il sindacato della chimica, dell’energia e petrolio di casa Uil.

«Il tema del sovraindebitamento del cittadino è una questione che ci appartiene per cultura e per sensibiltà. Noi della Uilcem – dichiara Augusto Pascucci, segretario generale della categoria- l’abbiamo affrontata per primi e per primi ci siamo spesi per inserirla negli accordi di rinnovo del contratto collettivo nazionale della chimica, perché crediamo che la gestione contrattuale del rapporto di lavoro sia la giusta sede per dare un’ulteriore aiuto ai lavoratori e alle loro famiglie che vivono, nel quotidiano, il dramma della sovra esposizione al credito finanziario».

Il sovrindebitamento dei lavoratori è ormai una vera piaga sociale. Basti pensare che in Sicilia, l’esposizione finanziaria per famiglia, nel 2011, ha toccato la media di 20.000 euro pro nucleo, con tassi d’insolvenza altissimi per le province di Catania, Caltanissetta, Enna e Ragusa. I debiti contratti dai lavoratori siciliani vanno dai mutui acquisto prima casa, ai finanziamenti per ristrutturazioni del credito al consumo. Il ricorso a forme di finanziamento illegale, per arrivare alla fine del mese e per onorare, soprattutto, le obbligazioni contratte ed evitare i protesti è dunque sempre più evidente, con il pericolo di finire irrimediabilmente nella rete tesa dagli strozzini.

Dall’esperienza del lavoro sindacale emerge il quadro di un fenomeno in fortissima espansione, vissuto nella solitudine più profonda. Anche il Governo è consapevole del problema. Infatti, lo scorso 22 dicembre il Consiglio dei ministri ha emanato il nuovo decreto legge n. 212 (Disposizioni urgenti in materia di composizione delle crisi da sovraindebitamento e disciplina del processo civile) che permette una dignitosa via d’uscita dalla crisi anche ai soggetti più deboli, non tutelati dalla legge sui fallimenti, come le grandi aziende. Un provvedimento legislativo nel quale si mette in evidenza l’urgenza che ormai riveste questa tematica, drammatica per molti versi, di cui occuparsene in modo serio senza perdere ulteriore tempo.

«Per la prima volta viene offerta ai cittadini, e non solo alle imprese – commenta il segretario nazionale della Uilcem- la possibilità di concordare con i creditori un piano di ristrutturazione dei debiti per la finale esdebitazione e chiudere quindi ogni contenzioso come avviene per le grandi aziende. Protezione del reddito del lavoratore nella consapevolezza che una migliore qualità della vita incide positivamente sulla produttività del lavoro».

Con il Decreto Legge 212, finalizzato a fronteggiare le situazioni di famiglie e piccole imprese in crisi, viene introdotto per la prima volta in Italia un meccanismo di estinzione di tutte le obbligazioni del soggetto sovraindebitato, anche nella prospettiva di una deflazione del contenzioso in sede civile derivante dall’attività di recupero forzoso dei crediti. In pratica viene data la stessa possibilità di cui godono le grandi aziende, di raggiungere un accordo con i propri creditori per non dichiarare fallita l’impresa. È previsto un intervento limitato dell’autorità giudiziaria (che si limita ad omologare l’accordo raggiunto tra debitore e creditore), mentre decisivo è il ruolo svolto dai neo costituiti organismi di composizione della crisi, che, composti da professionisti in possesso di adeguata preparazione, favoriscono la definizione dell’accordo e ne seguono l’attuazione.

In questo quadro, la Uilcem avvierà nei prossimi mesi un servizio di prevenzione e gestione del deficit da indebitamento famigliare attraverso punti di ascolto e assistenza all’interno delle imprese, con un iniziale nucleo di aziende pilota in cui avviare una prima sperimentazione. «Oltre a fornire assistenza e mediazione nella formulazione del piano di esdebitamento e pareggio di bilancio – spiega Pascucci – l’obiettivo è far comprendere al soggetto indebitato il suo modo di prendere decisioni in un percorso-tipo che porta a ritrovarsi in una spirale senza via di uscita, e quindi fargli recuperare una progettualità sana attingendo a “risorse nascoste” nella sua biografia e apprendendo un nuovo stile di vita»

02/01/2012

Cassa integrazione, in novembre a Ragusa zero richieste della deroga

Davide Allocca
Cassa integrazione in calo tra ottobre e novembre nel territorio ibleo (ed in aumento esponenziale rispetto allo stesso periodo del 2010), ma ottimismo ridotto al lumicino: la crisi c’è e nei prossimi mesi rischia di farsi sentire con effetti ancora peggiori in particolare sul mercato del lavoro.
È questa la fotografia consegnata dal 35. rapporto Uil, commentato dal segretario generale provinciale Giorgio Bandiera e dal dirigente Uilcem, Giuseppe Scarpata. Un quadro a tinte fosche, che registra come unico segnale positivo, in controtendenza rispetto al dato nazionale, oltre 50 mila ore autorizzate a novembre, rispetto alle quasi 67 mila di ottobre, con un calo del 24 per cento complessivo.
E mentre si rileva l’assenza di richieste per gli ammortizzatori sociali in deroga, ovvero quelli dedicati alle piccole imprese, alle aziende artigiane ed al terziario, unico caso a livello nazionale insieme ad Isernia, e la cassa integrazione straordinaria si mantiene su livelli invariati (208 ore), è la Cassa integrazione ordinaria ad assorbire principalmente il calo indicato.
Nell’analisi per rami produttivi, a fronte dell’assenza di richieste di ammortizzatori sociali nel settore industriale (rispetto alle oltre 57 mila ore autorizzate ad ottobre), è l’edilizia ad assorbire l’intera quota di cassa integrazione ordinaria rilevata nel territorio (oltre 50 mila ore a novembre, rispetto alle quasi novemila ore di ottobre), mentre il commercio risulta sostanzialmente invariato nella ripartizione per rami d’attività, con 208 ore richieste.
L’analisi di Bandiera e Scarpata, però, è sostanzialmente negativa: «La media e grande industria consolidano anche a novembre il trend positivo di aumento globale delle produzioni e abbattono significativamente la richiesta di ammortizzatori sociali. Ma ci troviamo di fronte a una stabilità economica apparente – spiegano i sindacalisti Uil – dove la continuità di produzione non è supportata da un’adeguata crescita delle commesse e delle vendite dei prodotti. Una situazione paradossale che ha determinato, in alcune realtà industriali, livelli di magazzino al limite della saturazione, e quantità di invenduto poco sostenibili. La sfavorevole situazione del mercato porterà, inesorabilmente, a una contrazione dell’attività lavorativa anche nel prossimo anno. Come il caso dell’Ancione spa, – sottolineano ancora Bandiera e Scarpata – che ha già protocollato una richiesta di sei settimane di cassa integrazione ordinaria a zero ore dal 9 gennaio al 25 febbraio, che interesserà ben 25 lavoratori dello stabilimento di Ragusa».
In ogni caso il territorio ibleo è l’unico tra le province siciliane con un calo nelle richieste complessive, in un’isola che registra il picco più alto di ammortizzatori sociali in deroga (più 345 per cento) nel confronto con le altre regioni. Una consolazione parziale, che non autorizza però grande ottimismo, anche perchè rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, l’aumento di richieste di ammortizzatori sociali complessive, è addirittura del 432 per cento, con oltre 50 mila ore autorizzate a fronte delle novemila richieste a novembre 2010. Un aumento concentrato sugli ammortizzatori sociali ordinari, assenti nello stesso periodo dello scorso anno, mentre il trend registra un’evidente inversione positiva nelle richieste di cassa integrazione ordinaria e straordinaria.
Ma anche quest’ultimo aspetto, non deve trarre in inganno, come sottolineano Bandiera e Scarpata: «L’assenza di richieste di Cassa integrazione in deroga per il bimestre ottobre-novembre – concludono – non deve creare illusioni sul futuro economico, tutt’altro che roseo, per la microindustria e per le piccole e medie imprese commerciali del nostro territorio, ancora tutto da scrivere e da determinare nell’incertezza degli affidamenti bancari, più che dimezzati per le imprese, e nella conferma sempre più inesorabile di un calo generale delle vendite e dei consumi».
Gazzetta del Sud
30/12/2011

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12/12/2011

Rischio chiusura per le raffinerie di Eni

L’industria della raffinazione e i circa 40.000 addetti che ci lavorano tra diretti e indotto sono “a rischio” secondo il numero uno della Uilcem, Augusto Pascucci che chiede investimenti “commisurati al nostro fabbisogno e di riconversione strutturale che guardi anche all’esperienza delle bioraffinerie”.     La Uilcem chiede di affrontare in tempi rapidi la crisi di un settore che rappresenta un “asset strategico per le necessità energetiche del nostro Paese”. Una posizione – dice Pascucci – ribadita anche congiuntamente con i sindacati di categoria della Cgil e della Cisl nel corso di una recente audizione alla Camera e attraverso l’avvio di un tavolo con il Ministero Sviluppo Economico e UP che inizierà a lavorare nelle prossime settimane.    “Fino a pochi decenni fa – afferma – l’Italia era il primo operatore europeo della raffinazione. Oggi con una sovraccapacità produttiva intorno ai 30 milioni di tonnellate annue soltanto nell’arco di due o tre anni sono a rischio almeno 4-5 raffinerie di piccole dimensioni per un totale tra diretto e indotto di 8-9000 addetti. E la crisi interessa tutta Europa con tutti i principali gruppi impegnati in operazioni di chiusura, dismissione o cessione di impianti”.       La situazione inoltre – avverte – “é destinata a peggiorare per via della crisi e della progressiva riallocazione dei consumi verso combustibili più rinnovabili, a cui va aggiunto il crollo dei ricavi e l’affacciarsi sul mercato di raffinerie di enormi dimensioni e di distillati più competitivi del carburante made in Italy ma meno adeguati sul piano delle garanzie sociali e ambientali. In questo contesto, senza interventi di politica industriale e una seria programmazione, le 16 raffinerie italiane saranno quasi tutte destinate ad andare fuori mercato”. Tra queste, la raffineria di Gela, che rischia seriamente di chiudere i battenti.  Eni -sostiene Silvio Ruggeri della Uilcem regionale- non può più ricercare pretesti, nell’attuazione degli investimenti più volte enunciati. Investimenti, che l’Uilcem valuta positivamente, perché propedeutici al miglioramento delle prestazioni della Raffineria e al mantenimento e allo sviluppo degli attuali posti di lavoro diretti e dell’indotto, cosi come allo sviluppo economico dell’intera provincia. Richiedendo l’avvio immediato dei lavori attraverso gli investimenti annunciati per il quadriennio a venire. Non essendo più tollerabile che si continui con attacchi che danneggiano irreversibilmente il nostro sito e che stanno generando l’orientamento a non investire più nel nostro territorio e se possibile abbandonarlo.

10/10/2011

Chimica, ultima chiamata per i grandi poli italiani il futuro è tutto nella “fine”

di CHRISTIAN BENNA

Prova a giocare le sue ultime carte la petrolchimica italiana. Nei giorni in cui la chimica europea rivede al ribasso le proprie stime di crescita per il secondo semestre dell’anno dal 4,5% al 2,5% (con l’Italia che non va oltre all’1,2%), il gruppo Eni svela le sue strategie di rilancio nel piano industriale 20122016. Polimeri Europa, la controllata di settore del Cane a sei a zampe, dopo anni di pesanti ristrutturazioni, torna a investire. Sul piatto ci sono 1,6 miliardi di euro per la riconversione dei suoi stabilimenti, per puntare su produzioni più avanzate ed economicamente competitive.
Al posto del polietilene, a Priolo e Ragusa si sforneranno resine, collanti e adesivi; a Porto Torres andrà in scena la chimica verde delle bioplatische, grazie all’accordo di jointventure con Novamont, l’azienda titolare del brevetto di MaterBi. Per Porto Marghera invece, petrolchimica dura e pura ancora in capo a Eni, 80 mila barili di petrolio raffinati ogni giorno, è previsto uno stop di almeno sei mesi. E relativa cassa integrazione per i 300 lavoratori della raffineria.
Economia ferma, costo delle materie prime al rialzo, Cina ancora più protagonista. Il quadro di riferimento è sempre più allarmante. Chi non cambia marcia è perduto. E non solo in Italia. In Francia, a Berre, l’impianto della LyondellBasell, in mancanza di acquirenti ha chiuso i battenti, mentre in Germania Basf ha ceduto la sua divisione fertilizzanti ai russi di Eurocom. La parola d’ordine, per tutti, è riconversione. E non sarà un passaggio a costo sociale zero. Del resto il rischio declino è stato messo nero su bianco su un documento riservato, firmato Accenture, A.T. Kearney, Boston Consulting e Mc Kinsey, che circolava al meeting annuale di Madrid del Cefic, l’associazione delle aziende chimiche europee. Il baricentro della chimica si sta spostando verso l’Asia, dove crescono i pesi massimi della chimica di base e della petrolchimica come Sinopec (23 miliardi di fatturato), ChemChina (13 miliardi), pronti a rubare la scena a big player del vecchio continente.
L’Europa resta leader nella produzione chimica, con 449 miliardi di euro di giro d’affari annuale e un surplus commerciale di 47 miliardi, e un export destinato principalmente ai paesi Nafta. Ma da qui al 2030, come ipotizzano gli autori dello studio, lo scenario rischia di essere più fosco.
Se non si cambia passo, il terremoto della chimica rischia di falcidiare tante realtà imprenditoriali. Per l’Italia si parla di una possibile moria del 10% sul totale delle imprese, che sono circa 3000, il 41% Pmi. Dice Giorgio Squinzi, presidente del Cefic e candidato numero uno alla guida di Confindustria, esponente di quel “quarto capitalismo” di piccole e medie imprese che, in pochi anni, come la sua Mapei, si sono trasformate in multinazionali tascabili leader nelle rispettive nicchie di mercato: «Dieci anni fa la chimica europea pesava il 34% sul fatturato globale di settore, oggi il 24%. La Cina è passata dal 6% all’attuale 22%. Questo è lo scenario con cui dobbiamo confrontarci. In Italia, nello stesso lasso di tempo, abbiamo perso 50 mila addetti, 430 mila in tutto il continente. Una emorragia che però si può fermare». E la ricetta, una volta tanto, è tutta Made in Italy. L’Italia dei campioncini della chimica, anche se non ha nessuna impresa nella top 20 delle più grandi imprese del mondo, resta il terzo produttore europeo, dietro a Francia e Germania, e il numero otto su scala globale.
La penisola ha perso da tempo i suoi big player, Montedison, Enichem. Al loro posto sono emersi gruppi che sono diventati leader nei rispettivi mercati: Mossi&Ghisolfi e Novamont nelle bioplastiche, Kearakoll nei prodotti per la casa ecologica, Esseco nella chimica enologica. La stessa Mapei di Giorgio Squinzi stima di chiudere il 2011 con una crescita del 10%, meno dell’anno scorso, e con marginalità in calo, ma sufficientemente ricca di cash flow per programmare l’apertura di altri 4 stabilimenti per il 2012 in giro per il mondo: da Panama al Medio e Estremo Oriente. «Fino a qualche anno fa l’Italia della chimica sembrava spacciata. E invece oggi è un modello. Anche dal punto di vista ambientale. In vent’anni abbiamo dimezzato le quote di CO2, centrando in anticipo gli obiettivi degli accordi di Kyoto».
Per non perdere il treno della crescita, suggerisce Squinzi, ci vuole una politica comune europea nel segno di stesse regole per tutti. Il panorama è ancora troppo frammentato. «Si calcolano più di 160 normative. Un quadro di leggi che strangolano la piccola e media impresa. Soprattutto se confrontate con gli Usa e la Cina dove le norme sono molte più elastiche». Malgrado il rischio declino le relazioni sindacali, contrariamente all’esperienza dell’auto, risultano buone. (repubblica.it)

05/10/2011

Polimeri Europa, piano industriale 2012-2015: meno polietilene, più specialità nelle produzioni, più occupazione.

Parola d’ordine, riconversione. Eni investirà nel prossimo triennio 1,6 MD € nella chimica italiana.  Riportare la chimica nella fascia di competizione per quei business ove è possibile ancora competere. È questo in sintesi il messaggio lanciato al sindacato dall’ad Polimeri Europa, Daniele Ferrari (foto), in occasione della presentazione del piano triennale degli investimenti  che ha avuto luogo a Roma in data 4 ottobre 2011. Un progetto ambizioso che, nel medio periodo,  vuole riportare la chimica del gruppo eni a livelli di competitività apprezzabili dal mercato e dagli azionisti di riferimento. Diversificazioni delle produzioni e fortificazione del business ove già Polimeri Europa è leader mondiale. Tagli alla produzione di etilene e polietilene, con fermata definitiva del politene lineare priolo, divenuto non più strategico per gli alti costi di produzione. A Priolo andranno 360 ML di euro, di cui 220 per la costruzione di 2 nuove impianti per la trasformazione e lavorazione dei tagli cracking c5 e c9. Meno politene, dunque, più specialità nelle produzioni, più occupazione. Ragusa vedrà lo sbottigliamento della linea  Eva, copolimero ad alto valore aggiunto dalle molteplici funzionalità (dal campo medico all’agricoltura, all’incapsulamento del silicio per pannelli fotovoltaici, solo per citare alcune trasformazioni possibili del prodotto), produzione per cui è ancora possibile competere sul mercato. continua a leggere »

06/07/2010

Royalties Irminio srl a Scicli

A Scicli, al di là delle questioni relative a nuove ricerche e nuove perforazioni,  che riguardano lo sviluppo,  sostenibile,  di tutto il territorio, resta insoluta una questione sul passato: il mancato percepimento di royalties per perforazioni che avvengono nella vallata dell’Irminio, a pochissimi metri dal confine tra Ragusa e Scicli, rispetto a sacche petrolifere che evidentemente si trovano nel territorio di Scicli, e che fruttano un milione di euro annui, che la Irminio Srl versa al Comune capoluogo, senza che Scicli abbia alcun beneficio da ciò. Casi analoghi  sono riscontrabili in Veneto, in Romagna,  forse Lombardia, sicuramente  in Val d’Agri, Basilicata. continua a leggere »

25/11/2010

Panther Oil, il colosso

«A Ragusa si aggira lo spettro di un “colosso industriale” armato di tubi, tralicci e trivelle pronto a succhiare gas dalle nostre campagne. Un “colosso petrolifero” sbucato dal nulla e che fa paura ad amministratori grandi e piccini, a governatori e governati.

Stiamo parlando della Panther Eureka la società che avrebbe dovuto prendere attività nell’estrazione e produzione di petrolio e gas in Sicilia. Ma da qui a definire “colosso” la piccolissima azienda a responsabilità infinitamente limitata, messa su in quattro e quattr’otto da Massimo Melli,  che in Sicilia e in Italia ha 1 (una!) sola concessione di esplorazione petrolifera ce ne vuole. continua a leggere »

03/03/2011

Augusto Pascucci: riconvertiamo le vecchie raffinerie, Gas da riciclo rifiuti organici

Riconvertire alcune raffinerie italiane, sempre meno competitive sul mercato degli idrocarburi, in impianti di produzione di gas, attraverso il riciclo di rifiuti organici, il cosiddetto umido. A cominciare dall’impianto Tamoil di Cremona, che la multinazionale libica, direttamente controllata dalla famiglia Gheddafi, ha comunicato di voler chiudere entro il 2011, mantenendo solo un deposito con una trentina di addetti. E’ la proposta che lancia, in un’intervista a LABITALIA, il segretario generale della Uilcem-Uil, Augusto Pascucci.

Segretario Generale nazionale Uilcem“Allo stato attuale -spiega- non ci sono novità per lo stabilimento di Cremona rispetto agli impegni presi dalla Tamoil, che non recede dalla sua decisione di chiudere l’impianto. E crediamo ancora di più adesso, con la gravità della crisi libica, che probabilmente -sottolinea- farà ricadere sulle spalle della collettività il peso di oltre 250 licenziamenti a Cremona”. Per l’impianto, che conta 300 dipendenti diretti, non si vede un futuro possibile nella produzione di idrocarburi, secondo la Uilcem. “Non sono arrivate neanche proposte industriali innovative. Restando così le cose, su 300 dipendenti diretti, 250 perderanno il posto di lavoro, resteranno soltanto gli addetti che verranno impiegati nella dismissione dell’impianto, la cosiddetta ‘decommission’”.  Una soluzione per salvare i posti di lavoro, secondo Pascucci, ci sarebbe, ma serve il coinvolgimento di istituzioni ed enti locali. “Noi proponiamo -spiega- l’applicazione di un modello che è stato già realizzato in Nord America e in Olanda. Attraverso un particolare enzima si può produrre biogas dal riciclo di rifiuti organici, il cosiddetto umido dei rifiuti. Sarebbe il caso di cominciare a pensare di riconvertire le raffinerie in difficoltà nel nostro Paese, a partire da Cremona -sottolinea- proprio in impianti di produzione di gas dal riciclo di rifiuti organici, il cosiddetto umido”. Cremona, quindi, come ‘esperimento pilota’ per altri impianti che, secondo la Uilcem, sono in sofferenza. Il sindacato di categoria non parla di allarme lavoro come nel caso di Cremona, ma di difficoltà industriali e produttive. Un primo campanello d’allarme: “Quello delle raffinerie italiane -dice il leader della Uilcem- è un conto complessivamente negativo per il 2010. Nel nostro Paese ci sono diverse raffinerie che sono in sofferenza: gli impianti Eni a Gela, Livorno e Genova che hanno un’indice di conversione del barile di greggio molto basso. La produzione di gasoli e benzine, che si realizza in questi impianti -spiega- ha un’economia di scala non redditizia, non profittevole. Le tecnologie esistenti in questi siti non permettono di usare l’intero barile di greggio, come avviene ad esempio nel sito, sempre dell’Eni, a Pavia”. E, in difficoltà, secondo Pascucci, sono altre raffinerie come “l’Api di Falconara e la Saras di Cagliari, mentre va bene la Lukoil di Priolo in Sicilia, perché ha la possibilità di ‘verticalizzare’ l’attività: la proprietà russa della raffineria ha anche la disponibilità del greggio”. In definitiva, secondo Pascucci, le raffinerie italiane risentono del fatto “c’è una sovraccapacità produttiva di idrocarburi, come gasolio e benzine, che, viste le sempre più stringenti norme in materia ambientale, trovano con difficoltà collocazione nel loro mercato naturale, che è quello del trasporto su gomma”. Per questo motivo, ben presto, secondo il segretario generale della Uilcem, resisteranno solo “le raffinerie con le tecnologie più avanzate che riusciranno ad avere un indice di conversione del barile più alto, utilizzandolo tutto o anche altre aziende, come la Lukoil, che avranno la possibilità di ‘verticalizzare’ la loro attività, tenendo insieme la proprietà del greggio e la produzione di gasolio e benzine”. Per quei siti con tecnologie arretrate, secondo la Uilcem, si può puntare “alla riconversione in impianti si produzione di gas dai rifiuti organici”.

17/06/2011

Eni, assenteismo al sud più basso d’Italia

«C’e’ troppo assenteismo negli stabilimenti meridionali. Se per miracolo portassimo gli impianti del Mezzogiorno allo stesso livello di quelli della Baviera gli imprenditori sarebbero pronti a cogliere il segnale tornando a investire».

Paolo Scaroni, chief executive officer di eni,  ancora una volta lega la questione del mancato sviluppo delle sue aziende al Sud, all’assenteismo. L’eni al meridione non decolla perchè sono tutti malati? Eppure la media nazionale  non supera il 3,30 % nei petrolchimici e nelle raffinerie. I dati dell’assenteismo nel  Sud di eni dicono questo:  4,15% alla raffineria di Taranto, 4,50% Gela, 2,60% alla “Polimeri Europa” di Brindisi e 1,60% a Ragusa (lo stabilimento con tasso di assenteismo più basso in tutto il gruppo). Numeri che tendono al ribasso, indiscutibilmente. Forse Scaroni ha altri dati che noi non conosciamo. O forse Scaroni si sbaglia, ma nessuno glielo fa notare.

19/09/2011

Polimeri Europa investe sulla sicurezza, a Ragusa 4 anni senza infortuni

“Polimeri ha investito e continua a investire sulla sicurezza”. Lo dichiara il presidente e amministratore delegato di Polimeri Europa, Daniele Ferrari, intervenuto alla manifestazione “Per la salute, la sicurezza e la tutela dell’ambiente” presso lo stabilimento di Mantova. Nel 2010, continua Ferrari,  Polimeri Europa ha speso 23 milioni di euro per il capitolo sicurezza e questa cifra sara’ ancora piu’ alta nel 2011. E le tabelle degli infortuni sul lavoro confermano che si va nella giusta direzione. Polimeri Europa ha una percentuale bassissima di infortuni sul lavoro: un infortunio all’anno. Diverse realtà di Polimeri nel territorio nazionale hanno già superato qualche record, un anno e più senza infortuni, confermando il trend dell’industria petrolchimica che vanta addirittura il numero piu’ basso di infortuni nell’ambito del manifatturiero. Se Mantova fa festa per il raggiungimento, sarebbe la prima volta, dell’obiettivo zero infortuni per il 2011, a Ragusa i 130 addetti dello stabilimento chimico di eni,  per il quarto anno consecutivo, 2007-2011, segnano ancora un altro positivissmo record: niente incidenti per il personale del diretto, nè per quelli dell’indotto. Un risultato che fa onore alle maestranze del sito eni di contrada Tabuna, per l’attenzione, la cura e  il rispetto delle procedure  e delle regole in tema di sicurezza sul lavoro. Basti pensare che in Sicilia, nei primi 8 mesi del 2011 si contano già 34 morti, la seconda regione con il più alto numero di morti sul lavoro. Passando alle provincie, al primo posto in questa triste classifica  ci sono Ragusa e Catania con 7 morti a testa, seguite da Messina e Trapani con 5.  (Uilcem Ragusa)

14/11/2011

POSIZIONE UNITARIA DELLE SEGRETERIE NAZIONALI FILCTEM FEMCA UILCEM SULLA CRISI DELLA RAFFINAZIONE ITALIANA

On.le Manuela Dal Lago, Presidente della Commissione Attività Produttive Commercio e Turismo della Camera dei Deputati

Le segreterie nazionali Filctem-Cgil, Femca-Cisl, Uilcem-Uil ritengono che la raffinazione, asset produttivo strategico per le necessità energetiche del paese, abbia assunto caratteristiche ormai strutturali, e necessiti di interventi legislativi conseguenti e di nuovi mirati ingenti investimenti . L’asset è molto complesso, è composto da 16 raffinerie molte delle quali di proprietà di società multinazionali quali ENI, ESSO, TOTAL, LUKOIL, MOL, altre di proprietà di società e imprenditoria italiana, quali la ERG, SARAS, API, IPLOM. Ben 7 raffinerie sono di piccole dimensioni e non superano la capacità produttiva massima di 4, 4,5 milioni di tonnellate annue di raffinati. L’asset è completato funzionalmente dalla logistica primaria, depositi e pipe line, e dalla logistica secondaria. Nei soli impianti di raffinazione sono impiegati oltre 10.000 dipendenti diretti delle menzionate società, circa 12.000 dipendenti delle società appaltatrici addette alla manutenzione ordinaria, oltre alcune migliaia di addetti alle attività di manutenzioni straordinarie o conseguenti agli investimenti e alle innovazioni tecnologiche. A questi vanno aggiunti gli addetti della logistica primaria e secondaria e le staff amministrative collocate per lo più nelle sedi direzionali. Al sistema produttivo della raffinazione è affiancata la struttura della commercializzazione del prodotto che impiega circa ulteriori 5000 dipendenti diretti, oltre agli addetti dei punti vendita organizzati nelle reti aziendali, o nelle extra rete. È opportuno premettere che fino ad oggi è mancato un quadro di riferimento generale sulla politica energetica, di cui la raffinazione è uno degli elementi strategici. È comunque indubbio che oggi le 16 raffinerie italiane sono utilizzate a circa il 70% della loro potenzialità istallata. Il sottoutilizzo degli impianti aumenta l’incidenza dei costi fissi sul prezzo del prodotto finito, riducendo i margini di raffinazione. Nel giro di 10 anni si è scesi da 93 Mlt trattate per il mercato italiano nel 2001, a 83 MLT nel 2007, mentre le previsioni per il 2011 non vanno oltre i 73 milioni di tonnellate di lavorati totali. Inoltre è significativo che nel decennio è radicalmente mutata la struttura della domanda, che ha visto salire e stabilizzarsi la domanda di gasolio da circa 25 fino a 30 MLT, scendere costantemente quella di benzine da 16 a meno di 10 MLT, quasi azzerarsi quella di olio combustibile che passa da circa 15 a poco più di 2 MLT. Rimangono costanti i consumi e perdite di raffineria, che rappresentano ben il 7% del prodotto. Questa condizione tendenziale si è acuita negli ultimi 3 anni a seguito del calo generalizzato dei consumi, conseguenza della grave crisi economica dalla quale il nostro paese stenta a tirarsi fuori, ed è determinata dall’utilizzo dei raffinati quasi esclusivamente per l’autotrazione, e dalle conseguenze delle politiche volte al risparmio energetico. Le politiche volte all’utilizzo dell’auto elettrica, anche se di non facile realizzazione nel nostro paese a seguito della scelta antinucleare, e le decisioni in merito ai biocarburanti, unite alle considerazioni di cui sopra, ci fa supporre che non si ritornerà ai consumi precedenti alla crisi, e che nel medio lungo periodo sia prevedibile una costante, seppur contenuta, riduzione della domanda. Ferma restando la preoccupazione per il quadro di insieme, riteniamo però che forti responsabilità per la situazione particolarmente critica di alcuni impianti ricadano sulle aziende stesse. Ad alcune di loro va attribuita la responsabilità per aver inteso massimizzare i profitti, quando la situazione favorevole in essere fino al 2007 avrebbe consigliato di guardare in prospettiva, e di non aver colto l’esigenza di investire per l’ammodernamento degli impianti volti ad aumentarne la capacità di conversione, e rispondere adeguatamente alle mutate esigenze del mercato sempre più orientato verso il gasolio, mantenendo peraltro una rilevante produzione di oli combustibili difficilmente commerciabili. Di contro in alcuni impianti sono stati attuati anche investimenti rilevanti per aumentarne la capacità di conversione attraverso tecnologie innovative, alcune frutto della ricerca italiana, come quella per esempio che si sta rendendo operativa nella raffineria di Sannazzaro – Pavia. In alcuni casi, pur in presenza di un piano di investimenti volto alla riconversione, i tempi per le autorizzazioni si sono talmente allungati, fino ad arrivare fuori tempo massimo, in una fase del tutto cambiata, vedi Venezia, dove le autorizzazioni chieste prima del 2007 a fronte di un quadro diverso e di un piano di investimenti, sono giunte solo nella primavera del 2011, a quadro compromesso. Oppure la vicenda della centrale ENIPOWER di Taranto, fortemente sinergica con la raffineria, soggetta ormai da alcuni anni a posizione alterne delle istituzioni sulle autorizzazioni, che rischiano di far sfumare un altro ingente necessario investimento. Tutto ciò fa si che in alcune raffinerie il margine di raffinazione sia stato negli ultimi tre anni prolungatamente, in alcuni casi consecutivamente, troppo basso se non addirittura negativo. Noi riteniamo che in assenza di interventi di politica industriale e di una seria programmazione e coordinamento nel campo energetico, le raffinerie italiane siano destinate ad andare fuori mercato, e quindi avviarsi alla chiusura, una alla volta. Infatti in aggiunta alle problematiche esposte bisogna dare il giusto peso al fatto che sono in corso di costruzione raffinerie di enorme dimensione rispetto a quelle italiane ed europee, nel medio oriente in prossimità dei luoghi di estrazione, e che si stanno consolidando offerte di raffinati da immettere sul mercato italiano di produzione estera a prezzi vantaggiosi. continua a leggere »

21/10/2011

Eni, disdetta protocollo competitività e relazioni industriali per crisi raffineria Porto Marghera

 COMUNICATO UILCEM NAZIONALE

Durante l’incontro odierno, tenutosi al MISE, l’ENI ha confermato la messa in CIGO dei lavoratori della Raffineria di Venezia per via della riduzione dei consumi petroliferi e per gli effetti perduranti della crisi economica. In aggiunta, l’ENI ha anche specificato che la crisi ha un carattere temporaneo, sempre che, nei prossimi mesi non vengano confermati i livelli di criticità attuali o un eventuale peggioramento. Nel caso di un peggioramento dell’andamento del settore della raffinazione l’ENI ha affermato che è fin da ora disponibile ad affrontare tutte le ipotesi di recupero e/o riconversione industriale delle raffinerie con un minore indice di profittabilità. La UILCEM ha rappresentato al Governo la criticità che ormai il settore vive dall’inizio della crisi economica (2008) e che non si intravedono spiragli di ripresa dei consumi dei prodotti raffinati e che da mesi è stato richiesto un “tavolo di settore” al Ministero dell’Industria per valutare la strategicità del sistema della raffinazione in Italia in un quadro (anche di agevolazioni) di “economy capacity”. La UILCEM ritiene che, come avviene nel settore elettrico ove è possibile mantenere l’occupazione anche a fronte di un fermo impianto per minore indice di profittabilità senza far uso degli ammortizzatori sociali, sia possibile anche per le raffinerie italiane, considerate strategiche ai fini dell’approvvigionamento nazionale, di non mettere in CIGO i lavoratori. In aggiunta la UILCEM ha ribadito l’assoluta necessità di avere risposte industriali valide anche per il periodo successivo al 31/12/2014, data di scadenza delle garanzie occupazionali contenute nell’accordo ENI-OO.SS. del 26 maggio 2011. A tali richieste, riconducibili anche ad un quadro di sofferenze locali, per la mancata attuazione dell’Accordo di Programma di Porto Marghera, la UILCEM ha aggiunto la necessità di valutare progetti di riconversione della raffinazione ai fini civili (ciclo integrato dei rifiuti e biocarburanti) per evitare di pagare ulteriori prezzi ambientali visto il forte costo sociale insito in una raffineria dismessa. L’on. Saglia ha dichiarato di voler accompagnare la fase di fermata degli impianti della Raffineria di Venezia, con la promozione di un tavolo ministeriale sul settore della raffinazione. Il tavolo nell’ipotesi fatta dal sottosegretario affronterà il tema della strategicità del sistema delle raffinerie in Italia e l’eventuale definizione di un perimetro di “economy capacity” indispensabile a garantire gli approvvigionamenti di idrocarburi, presenze industriali e occupazionali del settore. Le istituzioni, in particolare la Regione Veneto, hanno chiesto di non affrontare la tecnicalità della fermata degli impianti di Venezia se non dopo un incontro da tenersi presso la Presidenza del Consiglio dei Ministeri. Tavolo ritenuto più rassicurante rispetto alle aspettative di un territorio che ospita molteplici attività industriali e non solo il tema della Raffinazione che è un “di cui” del già noto “Accordo di Programma” per lo sviluppo di Porto Marghera. A seguito di tale posizione l’On. Saglia ha dichiarato di non essere in grado di garantire in tempi brevi la convocazione del tavolo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma che avrebbe tuttavia promosso presso Palazzo Chigi la richiesta presentata dalla Regione Veneto a nome di tutti gli Enti Locali presenti, Provincia e Comune. A seguito di questa posizione assunta dagli Enti Locali, l’ENI ha dichiarato di dare disdetta unilaterale dell’Accordo del 26 maggio 2011 e che procederà unilateralmente alla messa in atto delle iniziative necessarie a salvaguardia dei propri obiettivi economici e industriali. A fronte di quanto dichiarato dalla Regione Veneto e ENI, la UILCEM ha manifestato una forte preoccupazione per il futuro della vertenza della Raffineria di Venezia, comprendendo che la disdetta degli Accordi del 26 maggio 2011, riduce le tutele reali dei lavoratori del sito e non dà alcuna certezza di costituzione dei tavoli settoriali e tantomeno del tavolo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, precarizzando di fatto le certezze degli altri siti Eni presenti in Italia. Inoltre la UILCEM ha chiesto all’ENI di rivedere le proprie affermazioni per evitare che si scarichi sui più deboli le negatività di un braccio di ferro tra Istituzioni locali e l’ENI per fini oscuri. Per le irresponsabilità degli Enti Locali la riunione si è conclusa con un nulla di fatto e con l’unica certezza di trovarci di fronte a scenari fortemente critici per i quali allo stato attuale non si intravedono soluzioni né sul piano del metodo né su quello del merito. La UILCEM nei prossimi giorni promuoverà un’azione sindacale più ampia da discutere con tutte le raffinerie ENI in Italia, al fine di ripristinare un confronto con ENI e Governo utile a dare risposte industriali strategiche ma anche tutele reali e immediate ai lavoratori che verranno coinvolti nella vertenza in corso, e ripristinare quelle certezze contenute nell’accordo del 26 maggio 2011. Per il conseguimento di questi obiettivi ci attiveremo con Filctem e Femca per tali obiettivi. Nel caso in cui si dovessero registrare delle difficoltà tra le OO.SS., la UILCEM si confronterà autonomamente.

Roma, 21 ottobre 2011

LA SEGRETERIA NAZIONALE UILCEM

10/10/2011

Enel rete gas: Ragusa 2 anni senza infortuni

Ragusa – Maurizio Terrani (foto), segretario regionale Uilcem con delega al contratto gas-acqua, giovedì 6 ottobre ha visitato la realtà ragusana di enel gas, società leader in Italia per la distribuzione del gas naturale. Il segretario ha voluto complimentarsi coi lavoratori del distretto Ragusa per il raggiungimento di prestigiosissimi risultati gestionali che collocano la nostra provincia tra le più virtuose e produttive di tutto il gruppo enel, distribuzione gas, in Sicilia e nel resto d’Italia.“Il gruppo Ragusa è primo in Sicilia per qualità, sicurezza e produttività –ha evidenziato Terrani nel suo intervento in assemblea- 36.000 utenze raggiunte ad aprile 2011 e due anni a zero infortuni, a questo punto Enel non può non tener conto degli obiettivi raggiunti dal team ragusano, che si distingue per unità e collaborazione reciproca, presentandosi come vera squadra vincente. E i risultati consolidati confermano che a Ragusa si lavora bene, nella piena soddisfazione dell’utente finale e della sicurezza dei lavoratori e degli impianti”. Il segretario regionale della Uilcem ha poi illustrato l’evoluzione degli assetti societari con il consolidamento di Enel, grazie al versamento di capitali propri e all’intervento del consorzio f2i, nella posizione di secondo operatore nazionale nel settore della distribuzione di gas naturale. I lavori dell’assemblea sono stati introdotti dal segretario territoriale Giuseppe Scarpata, che ha voluto evidenziare come il percorso di rinnovamento in seno alla Uilcem, e la sinergia tra centro e periferia, sono gli ingredienti necessari a un consenso sempre più in crescita nell’ottica della piena rappresentanza del lavoro e dei lavoratori.

 

07/10/2011

Piano industriale Polimeri Europa, comunicato segreterie nazionali

Il giorno 4/10/11 si è svolto a Roma l’incontro tra la società Polimeri Europa congiuntamente a Eni e le OO.SS. Nazionali di Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uilcem-Uil assistite dalle strutture territoriali e dalle RSU. L’incontro è stato condiviso dal Comitato Relazioni Industriali di Eni riunitosi in data 23 Settembre, per la presentazione del Piano Industriale 2012-2015 di Polimeri Europa, ed ha riguardato le diverse attività a livello di società e nei territori. All’interno di uno scenario del settore chimico complesso sia a livello internazionale che nazionale, le diverse produzioni dimostrano il loro caratteristico andamento ciclico che ha prodotto perdite significative negli scorsi anni, che fa registrare per alcune produzioni legate alla linea etilene-polietilene una dimostrata criticità strutturale dovuta ad una sovraccapacità produttiva europea e mondiale oltre ad un crescente costo delle materie prime. Nonostante ciò Polimeri Europa, in accordo con Eni, ha deciso di mettere in campo un piano per il settore della chimica orientato a forti investimenti rivedendo quindi la decisione di sostanziale dismissioni perseguita in questi anni, riposizionando quindi le attività chimiche e la società all’interno delle strategie del gruppo: in questo contesto è stato annunciato anche il cambio del nome della società. Il Piano prevede investimenti nell’ordine di 1.6 ML di euro nel quadriennio, nello sviluppo businness profittevoli (elastomeri, stirenici, e nel segmento di polietilene EVA) e nel consolidamento degli intermedi e degli aromatici, a cui si aggiungono quelli previsti dal progetto di riconversione del sito di P.Torres per circa 500 ML nelle produzioni della cosiddetta chimica verde. continua a leggere »

29/09/2011

La chiusura della raffineria di Marghera rientra nella regole, lo dice eni

La volontà di Eni di mettere in cassa integrazione scaglionata  i 400 dipendenti della raffineria di Marghera, in perdita, è stata comunicata venerdì scorso ai sindacati, innescando preoccupazioni per una chiusura definitiva dell’impianto. continua a leggere »

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